CANCIÓN SIN NOMBRE

Canzone senza titolo

di Melina León
Perú 2019 – 97 min

con Pamela Mendoza, Tommy Párraga, Lucio Rojas, Ruth Armas, Maykol Hernández, Bruno Odar

 

#DirittiUmani #Inchiesta #OperaPrima 

Festival di Cannes 2019:
Quinzaine des Réalisateurs

Munich International Film Festival 2019:
CineVision Award

Festival du Nouveau Cinema Montreal 2019:
Premio FIPRESCI, Premio Speciale della Giuria

Lima International Film Festival:
Premio Speciale della Giuria, Miglior attrice

Festival del cine iberoamericano de Huelva 2019:
Miglior Film

Sinossi breve:

Sontuoso esordio alla regia di Melina León, che narra la storia, basata su fatti realmente accaduti, di Georgina (Pamela Mendoza), una giovane donna che sta aspettando il suo primo figlio e che, per mancanza di risorse, risponde all’annuncio di una clinica che offre assistenza gratuita per le donne incinte. Ma si rivela tutto una truffa e già dopo il parto Georgina non sa più dove sia finita la sua bambina. Nella disperata ricerca della bimba trova l’aiuto del giornalista Pedro Campos, un uomo solitario ai margini, che accetta di condurre le indagini.

Fotografia elegante al servizio di un film di forte denuncia che esplora il Perù al culmine della propria crisi politica e finanziaria degli anni ‘80. In concorso alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes 2019.

 

“Il film noir di Melina León racconta la storia di una madre in cerca di sua figlia rapita nel Perù degli anni ’80”

Perù, 1988. Il titoli di apertura del bellissimo film di Melina León, Canción sin nombre, al suo esordio nella sezione Quinzaine des Réalisateurs a Cannes, mostrano le prime pagine dei quotidiani allarmate dal conflitto politico, dall’economia fuori controllo e dalla crescente minaccia marxista rappresentata del violento gruppo politico Sendero Luminoso. Questo periodo nero della storia peruviana è entrato nei notiziari recenti a causa del suicidio dell’ex presidente Alan García Pérez, sparatosi mentre la polizia si stava dirigendo ad arrestarlo per le accuse di corruzione legate al suo periodo in carica a metà degli anni 80.

Questo lungometraggio arriva sull’onda di una serie di film latinoamericani che ripensano alla dittatura degli anni ‘80, quando gli artisti provavano a lottare con gli eccessi di potere esercitati dalle autorità e la scomparsa di cittadini in tutto il continente. Canción sin nombre è uno dei film più ellittici e stilosi del mazzo, per quanto a volte sia così elusivo che avere nozioni di storia peruviana aiuta molto prima di addentrarcisi.

Il personaggio principale è Georgina Condori (Pamela Mendoza, superba), una giovane donna incinta, un’indigena proveniente dalle Ande, che da poco si è trasferita a Lima con il marito, Leo (Lucio Rojas), per andare in una clinica che offre assistenza medica “gratuita” per la nascita della loro bambina. È un’offerta troppo bella per essere vera. La loro neonata viene rapita, e il film si concentra sui tentativi di Georgina di ritrovare la figlia. Il problema è che le autorità non sono interessate ad aiutarla e sembrano essere complici delle attività criminali.

La sua ricerca la conduce all’unica persona che l’ascolterà e proverà ad aiutarla: un giornalista placido, dissidente di nome Pedro Campos, che inizia a investigare. È intuibile che Campos sia affine agli emarginati poiché lui stesso conduce una doppia vita che, se rivelata, lo porterebbe ad affrontare l’ira delle autorità.

Il film è dedicato a Ismael León, il padre della regista, che nel 1981 vide uno dei maggiori quotidiani del paese, La República, riportare in prima pagina un titolo sul traffico infantile, e venne coinvolto nelle indagini che portarono allo scoperto la storia di bambini venduti a coppie europee e americane. Il film segue la tradizione americana de Il caso Spotlight e Tutti gli uomini del presidente per dimostrare come il giornalismo possa essere una forza a favore del bene in opposizione alla corruzione dello Stato.

Il film è girato in bianco e nero in formato 4:3 dal cineasta Inti Briones, una scelta che la regista dice di aver compiuto per riflettere sia lo schermo televisivo dell’epoca sia il fatto che i quotidiani fossero ancora stampati in monocromia. Anche l’estetica conferisce al film un aspetto noir, cosa che si addice, dato che le indagini condotte sono kafkiane, piene di vicoli ciechi e strade lunghe e tortuose che non portano da nessuna parte. È un film sulla possibilità di superare gli ostacoli della burocrazia quando si è poveri e privi di diritti. Come in molti film noir, non tutto ha senso, mostrando il mondo e ciò che accade piuttosto che spiegare la storia secondo i dettami stilistici del giornalismo. È un esordio meraviglioso.

 

Alfonso Rivera, Cineuropa