Blancanieves

Biancaneve

REGIA
Pablo Berger

CON
Maribel Verdú, Angela Molina, Daniel Giménez Cacho, Inma Cuesta, Macarena García

ANNO
2012

NAZIONALITÀ
Spagna / Francia

DURATA
104 min.

PREMI

  • 10 Premi Goya: miglior film, miglior sceneggiatura originale, miglior colonna sonora e miglior canzone originale, miglior attrice protagonista, miglior attrice rivelazione, miglior fotografia, miglior direzione artistica, migliori costumi, miglior trucco e acconciature.

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Blancanieves

Biancaneve

Andalusia, anni venti: Carmen, figlia di un ex torero paralitico e di una cantante morta dandola alla luce, viene allevata dalla nonna danzatrice di flamenco. Alla sua morte va ad abitare dalla perfida matrigna Encarna, seconda moglie del padre, che la sottopone a una vita di angherie. Il padre segretamente indirizza la ragazza verso il mondo della corrida, ma viene ucciso dalla moglie, che fa anche portar via Carmen, affinché venga a sua volta uccisa.

La ragazza, abbandonata dal suo carnefice - convinto che sia affogata - nel letto di un fiume, viene salvata da una compagnia di nani girovaghi, che la curano e la iniziano al mondo delle arene. La ragazza, con il nome di Blancanieves, diventa una famosa torera, e un giorno visita nuovamente Siviglia, dove trionfa nell'arena che aveva visto l'incidente del padre. Ma anche la perfida matrigna si è recato all'arena, dove la attende e tenta - riuscendovi - di farle mangiare una mela avvelenata. La ragazza muore, ma i nani smascherano Encarna, contro la quale scatenano un toro.

La Nueva Ola //

Pablo Berger scrive e dirige una versione della favola dei fratelli Grimm “Biancaneve” ambientata nella Spagna degli anni ’20, in cui le star fotografate sulle riviste non erano calciatori e subrette, ma ballerine di flamenco e toreri.

Non facevano eccezione i genitori della Biancaneve di questa rivisitazione moderna: lei, Carmen De Triana, bellissima ballerina; lui, Antonio Villata, leggendario e acclamato torero. Fanno parte del mondo delle corride anche i famosi sette nani, mentre la malvagia quanto affascinante matrigna è un’infermiera arrivista, nella versione di Berger.

La storia di Biancaneve è sicuramente una delle più famose del mondo. Pubblicata dai fratelli Grimm nel 1812, dal 1937 ha, nell’immaginario collettivo, le forme più pacate della rivisitazione disneyana. Il cinema l’ha portata sullo schermo in innumerevoli varianti (le più recenti sono il parodistico “Biancaneve” con Julia Roberts e Lily Collins e “Biancaneve e il cacciatore” con Kristen Stewart e Chris Hemsworth, entrambe del 2012), eppure la sceneggiatura di Pablo Berger riesce nell’arduo compito di regalare qualcosa di nuovo al pubblico. Pur omaggiando il cinema degli anni ’20, il regista infatti non fa riferimento a nessun film in particolare e realizza un’opera dallo stile personale e dalla storia tutta da scoprire.

Non lasciatevi spaventare dal bianco e nero e dalla mancanza di dialoghi parlati, “Blancanieves” non è solo una piccola perla del cinema contemporaneo dal punto di vista stilistico, ma anche un prodotto capace di divertire e intrattenere a dovere.

È un taglio molto convincente quello scelto dal regista Pablo Berger che non rinuncia agli elementi crudi e al sapore gotico degli scritti dei fratelli Grimm, senza però negarsi dei ritagli humor. In questo senso incarnazione stessa dello spirito della pellicola è il personaggio della matrigna, Encarna, portata sullo schermo dalla magnifica Maribel Verdù (già vista in “Y tu mamà tambièn”), irrimediabilmente malvagia e insieme amaramente divertente nei suoi eccessi.

Encomiabili anche le due attrici che interpretano Carmen/Biancaneve: Sofìa Oria che la dipinge nell’età infantile e Macarena Garcìa, la protagonista cresciuta. Gli occhi grandi e profondi e la mimica magnetica di queste due attrici sono indice dell’attenzione che il regista ha dedicato nella scelta di un cast che risultasse credibile e che coinvolgesse completamente il pubblico senza bisogno di parlare.

“Blancanieves” non è soltanto “il miglior film spagnolo dell’anno”, per citare la definizione data da Pedro Almodovar, ma anche una delle migliori pellicole del 2013 e degli ultimi anni. L’opera di Pablo Berger rende impossibile distogliere l’attenzione dallo schermo anche soltanto per un momento e ha il merito, così come lo ebbe “The Artist”, di far capire allo spettatore che il cinema muto è una forma di narrazione che non ha nulla da invidiare alle altre. Il pubblico si stupirà di quanto sia facile appassionarsi a “Blancanieves”, senza avvertire minimamente la mancanza dei dialoghi e tornerà a vivere, anche se per soli 90 minuti, il cinema puro, quello scarno di ogni effetto speciale, che si affida completamente al linguaggio del corpo.

Corinna Spirito

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