La mosquitera

La zanzariera

REGIA
Agustí Vila

CON
Emma Suárez, Eduard Fernández, Martina García, Marcos Franz, Àlex Batllori, Geraldine Chaplin

ANNO
2010

NAZIONALITÀ
Spagna

DURATA
95 min.

PREMI

Miglior Film al Festival di Karlovy Vary (2010)

Miglior Film e Miglior Attrice (Emma Suárez) al Seminci di Valladolid (2010)

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La mosquitera

La zanzariera

Un cocktail esplosivo, amaro e allo stesso tempo comico: una tragedia raccontata sottoforma di commedia che narra le vicende di una famiglia benestante, rinchiusa nel piccolo mondo di giustificazioni che si è costruito su misura.
Afferma il regista: “I personaggi credono che l’unica cosa da temere siano le zanzare. Pensano che limitando la corrente sfuggevole della vita raggiungeranno la felicità. Ma questa idea di felicità è stanca. E l’acqua stanca va in putrefazione. Allora le zanzare possono diventare lupi”.

La Nueva Ola //

La mosquitera è la zanzariera, un oggetto comune, semplice, proprio come gli individui presentati nel film. Il senso di colpa striscia trasversalmente da un vita all’altra, da un passato all’altro, gli scheletri nell’armadio si ripresentano incessantemente nell’esistenza di esseri umani senza speranza, che giorno dopo giorno cercano autoinganni futili per chiudere gli occhi di fronte alla vuotezza della vita.
Questo è La mosquitera di Agustì Vila, un film dal registro tremendamente coerente, che racconta una storia spiazzante per intelligenza e orrore. Dietro la quotidianità della vita di famiglie apparentemente civili e benestanti si nasconde il mostro di un’insoddisfazione cosmica che fa emergere efferatezze domestiche mai rivelate, che solo la macchina da presa del regista spagnolo può mostrare – o non mostrare, grazie ad un sapiente uso del fuori campo e dell’ellissi. Lo fa con un stile estremamente rigoroso che predilige la macchina fissa, il campo medio e il long take che immergono lo spettatore all’interno di appartamenti vuoti anche se pieni di persone.
La staticità di una felicità sempre e comunque illusoria è raccontata con un’ironia amarissima, quasi fosse un Solondz di Spagna, che spinge lo spettatore a ridere anche sull’orrore senza soluzione di continuità. Un sorriso amaro, sgembo, non allineato, che nasconde un oscuro malessere che s’insinua progressivamente fino a trasformare il sorriso in smorfia.

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