La última primavera

L'ultima primavera

REGIA
Isabel Lamberti

CON
David Gabarre Jiménez, Agustina Mendoza Gabarre, David Gabarre Mendoza, Ángelo Gabarre Mendoza, María Duro Rego, David Gabarre Duro, Isabel Gabarre Mendoza, Angelines Gabarre Mendoza, Alejandro Gabarre Mendoza

ANNO
2020

NAZIONALITÀ
Spagna, Olanda

DURATA
77 min.

PREMI:

  • Festival de San Sebastián 2020: Miglior opera prima (Premio Nuevos Directores)
  • Selezione Ufficiale ACID Cannes 2020

 

 

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La última primavera

L'ultima primavera

A La Cañada Real di Madrid, la più grande baraccopoli d'Europa, la famiglia Gabarre-Mendoza festeggia il compleanno del nipote quando una pattuglia della polizia interrompe la celebrazione, informandoli che il terreno dove abitano è stato acquistato e devono andar via.

A partire da questo conflitto, la debuttante Isabella Lamberti ci immerge nella vita quotidiana di ogni membro della famiglia che reagisce in modo diverso a questa avversità.

Vincitore del premio Nuevos Directores al Festival di San Sebastian, e selezionato nella sezione parallela ACID di Cannes, "La ultima primavera" mostra un atto di resistenza, ma è anche un ritratto amorevole di una comunità fuori luogo, di uno stile di vita libero e di una transizione dolorosa. Muovendosi su quel confine liquido tra documentario e finzione, ricreando eventi vissuti con attori non professionisti – alcuni dei quali con una presenza scenica notevole – il film trasmette una grande e autentica emozione, senza artifici.

Sulla falsa riga di “Deprisa Deprisa” di Saura, o di “Entre dos aguas” di Isaki Lacuesta, Isabel Lamberti fa rivivere ai suoi personaggi, davanti alla telecamera, una situazione che hanno subìto in prima persona cinque anni prima, e invita lo spettatore a immergersi in quella realtà per 77 minuti di montaggio agile – con brevi sequenze e abili ellissi – che aiutano non solo a entrare in empatia con ciò che accade davanti ai nostri occhi, ma anche a demolire i pregiudizi su uno stile di vita pressoché assente al cinema.

La Nueva Ola //

La regista Isabel Lamberti risponde a questa intervista per Cineuropa:

I protagonisti del film erano stati in qualche modo preparati a recitare?
Abbiamo fatto un paio di prove generali e loro improvvisavano in situazioni ricreate. Prima di fare ogni scena, parlavo con loro, chiedevo loro che tipo di emozioni avevano in ogni situazione o come lo avrebbero fatto nella vita normale. La cosa più importante durante la preparazione del film è stata conoscere a fondo la famiglia e poi metterla sullo schermo. All’inizio c’erano scene più scritte, ma non funzionavano così bene, quindi ho detto loro di dimenticare ciò che era stato scritto.

Ma cosa ci fa una tedesca di nascita come lei in un paese come la Spagna?
Mio padre è spagnolo, ma mia madre è dei Paesi Bassi, dove si sono trasferiti quando avevo due anni. È molto importante per me fare film qui perché è così che conosco la Spagna e la capisco: è così che trovo una parte di me stessa.

Si identifica con lo stile di vita e la cultura spagnola?
Il punto è questo: in Olanda qualcosa ti manca, ma non sai davvero cosa sia, però nemmeno qui mi sento completamente a casa; quindi sento sempre la frustrazione di trovarmi in mezzo. Sto sviluppando il mio prossimo film, che voglio girare sempre in Spagna, perché questo è il mio modo di trovare le mie radici, attraverso il cinema. Non mi sento mai completamente a casa in un posto, e questo si ricollega al tema del film: cosa significa dover vivere tra due luoghi? Con la storia della famiglia del mio lungometraggio mi identifico profondamente. Ho studiato documentario, ma non volevo più farne, perché non volevo raccontare solo la realtà. In questo film abbiamo adottato un approccio molto particolare, senza usare la musica, con la camera a mano e senza scene soggettive: più stile reportage. Non mi piace ripetermi e nel mio prossimo progetto voglio fare il contrario e usare la musica, ma con attori non professionisti in una situazione reale: sto indagando la prospettiva femminile dell’immigrazione latinoamericana a Madrid.

Perché le piacciono così tanto gli attori non professionisti?
Da un lato, perché non hanno artifici: sono pura verità. E dall’altro, perché gli attori mi spaventano. Non mi sono mai allenata a dirigere attori. Con i non professionisti non ho paura, perché loro non sanno quello che io non so, quindi mi sento più libera.

C’è stato qualcosa di particolarmente complicato sul set?
Sì, iniziare la mattina, perché i membri della famiglia andavano a letto molto tardi e si alzavano a mezzogiorno, quindi abbiamo dovuto buttarli giù dal letto. Ma l’hanno fatto alla grande, senza protestare.

I personaggi vivevano in libertà nella baraccopoli La Cañada Real di Madrid. È un altro tema importante del suo film?
Il concetto di libertà è difficile: che cos’è essere liberi? La cosa più importante è avere il potere di prendere decisioni: se vuoi vivere in un luogo, non essere costretto a lasciarlo. Non so se c’è un messaggio chiaro nel film, perché per me tutto ha molte sfumature e non voglio idealizzare la vita lì, perché anche non avere l’elettricità è difficile.

 

 

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