Los abrazos rotos

Gli abbracci spezzati

REGIA
Pedro Almodóvar

CON
Penélope CruzBianca PortilloLluis HomarJose Luis GomezRuben OchandianoTamar NovasAngela MolinaRossy De Palma

ANNO
2009

NAZIONALITÀ
Spagna

DURATA
129 min.

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Los abrazos rotos

Gli abbracci spezzati

« Abbiamo tanto tempo, figlia mia », diceva più o meno Irene a Raimunda nell'ultima scena di Volver, quasi come un annuncio del tempo ritrovato che chiudeva quell'avventura di fantasmi e riapparizioni; tre anni dopo Los abrazos rotos torna a ripensare il dramma del tempo, che è quello della morte o, più in generale, della frattura insita nelle cose, e riapre la ricerca partendo dal ni-ente: il buio. Gli occhi di Harry Caine, uno sceneggiatore che si trascina avanti spezzato da sé stesso e dal mondo che gli sta attorno, sono spenti e intrisi di dolore, come se non valesse più la pena guardare: la sua cecità eccede la dimensione fisica per farsi motivo rivelatore dell'intimo distacco dalle cose. Almodovar, aprendosi come non aveva mai fatto prima, ci racconta con delicatezza infinta il dolore di quelli che « restano » e si abbandonano al naufragio della realtà, e la distanza non superabile del passato, allo stesso tempo intimo e cinematografico per il protagonista e, ovviamente, metacinematografico per il regista se Chicas y maletas rimanda alla filmografia almodovariana degli anni Ottanta (e in particolare a Donne sull'orlo di una crisi di nervi: si vedano il gazpacho avvelenato, gli oggetti lanciati dalla finestra, il sottofondo poliziesco e la stessa struttura architettonica dell'appartamento con salone e ampio terrazzo). Quel passato che, come in Volver, anche qui all'improvviso « vuelve a enfrentarse con la vida » e lo fa nella figura di Ernesto Martel hijo che compare d'un tratto dietro lo spioncino; anche solo la sua fisicità scialba, confrontata con quella scintillante di Carmen Maura che svolgeva una funzione narrativa analoga, mette in luce tutta la distanza dal film precedente: se lì l'incontro con il passato si inseriva nella vita appassionata di Raimunda attivando un gioco di specchi e ritorni che ne permetteva il recupero in una storia tutta del presente, qui dà l'avvio a una triste elegia che nella forma del flashback, gestito con somma raffinatezza rivelando solo poco alla volta il sostrato melò della vicenda, relega all'oggi i pochi ultimi sviluppi e non fa che mettere in risalto la distanza e l'impossibilita a rimettere insieme il tutto (le mani sui brandelli di fotografie, la ridicola vendetta postuma di Ernesto) e allo stesso tempo l'inesauribile voluttà di provare a farlo: ancora le mani e ancora i brandelli, quelli del film perduto e fatto a pezzi che si prova (solo quello, Los abrazos rotos non ci dice altro) a ritrovare.
Lo stile barocco di Almodovar, eccedente in tutto (il moltiplicarsi dei piani narrativi, sia in senso temporale che metalinguistico, e si veda la stupenda sequenza del doppiaggio, la ricerca del meraviglioso in ogni inquadratura, i movimenti di macchina ossessivi, quell'andare avanti e indietro senza posa, l'enorme mole di film e di generi a cui si richiama di continuo), poche volte è stato così dolente, dunque così appropriato e privo di sbavature orchestrando un'incredibile macchina cinematografica che riproduce la vita attraverso un caleidoscopio e ne denuncia la totale assenza di significato: perfino il passato che ritorna ha le tinte scure degli interni anni Novanta e lo squallore dell'arrivismo al tempo del boom (esemplare è la sequenza in cui Magdalena in tubino nero si ricopre di catene d'oro nel ricco appartamento di Ernesto padre) oppure al limite la malinconia dei paesaggi ampi e desolati di Lanzarote; le esplosioni di colori sono lasciate all'arte: solo su questo piano negli Abrazos rotos è possibile la redenzione (il sorriso radioso di Magdalena quando si presenta a Mateo) e il tempo davvero ritorna. Non è più l'ora dei fantasmi.
Straordinari i tre protagonisti (Homar, Cruz, Portillo) come la comparsa della Dueñas.

La Nueva Ola //

Per la prima volta da diversi anni a questa parte, un film di Almodovar vive illuminato dal solo riflesso della propria storia e dei propri referenti. Se altrove il dispositivo barocco (film nel film, scrittura nella scrittura, maschere dietro le maschere e intarsi temporali) alimentava un discorso stratificato e toccante sulla memoria e sul senso dell’agire cinematografico, in Los abrazos rotos gira leggermente a vuoto, non produce ma unicamente rinvia. Il regista mette in scena la propria crisi d’ispirazione ed il proprio desiderio di tornare alla commedia, ricicla figure e soluzioni già viste in passato (il film è una sorta di centone almodovariano, algido come un dizionario di retorica), senza tuttavia riuscire ad imbastire un melodramma che sia anche passionale, come risucchiato dalla spirale dell’abnorme ipertesto da lui forgiato. La vicenda amorosa, tra noir della o delle vendette (del marito tradito, del figlio tiranneggiato) e mélo estremo, è troppo cerebrale, il personaggio di Lena è irrisolto e « fuori parte » (aspirante attrice di commedia costretta a recitare un dramma passionale nella vita), quello duplice e prometeico di Mateo Blanco/Harry Cane risaputo (la cecità come morte simbolica del creatore di immagini) e mai vibrante, mentre Judith Garcia sarebbe toccante col suo amore ostinato se non fosse cosi’ loquace. La loro unione non produce effetti, se non quello di aggiungere ulteriore materiale al personale repertorio di immagini e figure cinematografiche del passato attualizzate, da sempre per amplificare il pathos, qui, ahinoi, per colmare, con la loro forza, un allarmante vuoto di emozione nel racconto di primo livello (Viaggio in Italia come prefigurazione della tragedia). La forma ammaliante e sovente seducente, la felicità di certe soluzioni e la potenza di certe immagini (il regista cieco che avanza a tentoni all’ingresso dell’ospedale) non valgono un secondo della freschezza, benché derivativa (Donne sull’orlo di una crisi di nervi) dell’ultimo frammento di fiction nella fiction : una libertà ritrovata ed una rivelazione che arrivano troppo tardi, dopo 110 minuti di esangue esercizio di stile.

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