Memorias del subdesarrollo

Memorie del sottosviluppo

Memorias del subdesarrollo - CinemaSpagna 2019

REGIA
Tomás Gutiérrez Alea

CON
Sergio Corrieri, Daisy Granados, Eslinda Nunez, Omar Valdes

ANNO
1968

NAZIONALITÀ
Cuba

DURATA
97 min.

PREMI

  • Karlovy Vary Film Festival 1968:
    Premio FIPRESCI

Film restaurato dalla Cineteca di Bologna presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata in associazione con l’Instituto Cubano del Arte e Industria Cinematograficos (ICAIC), grazie al sostegno della George Lucas Family Foundation e The Film Foundation’s World Cinema Project.

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Memorias del subdesarrollo

Memorie del sottosviluppo

“La Rivoluzione, anche se distrugge me, è pur tuttavia la mia vendetta sulla stupida borghesia cubana”: così parla Sergio nel suo appartamento a L’Avana: Fidel ha trionfato, tutto è cambiato intorno a lui… che può finalmente mettersi a scrivere il libro che ha sempre avuto in mente. Il libro è una sorta di diario: è il film stesso, in cui si incrociano ricordi infantili, riprese documentarie, inserti televisivi, immagini della tentata invasione della Baia dei Porci.

Nel frattempo Sergio conosce Elena: tra i due inizia una relazione mentre la Storia fa il suo corso. Il 22 ottobre 1962, in televisione John F. Kennedy annuncia l’isolamento di Cuba. È la crisi che porta il mondo sull’orlo della guerra atomica.

Geniale e libero, il film aprì gli occhi della critica internazionale: il neorealismo e la nouvelle vague, fusi in un punto di vista vigoroso e originale. L’America latina raccontata dall’America latina. Cult dei cult della Storia del cinema. Imperdibile.

Clásicos //

Que viva la solitudine

La storia del cinema è fatta anche, ovviamente, di diversi tentativi di cinema rivoluzionario, quantomeno là dove vi era una rivoluzione in corso – o appena compiuta, o all’orizzonte – che potesse giustificare tale slancio. Da Ottobre a Il vento dell’Est, oggi si rivede quei film con un senso di smarrimento e anche di sbigottimento, di fronte a quel che poteva essere e che non è mai stato. In tale filone – ormai trapassato dalla storia, ma quasi sempre ancora vivo per l’insegnamento politico-estetico che se ne può trarre – rientra, con qualche forzatura, anche Memorie del sottosviluppo, film che venne realizzato nel 1968 a Cuba da Tomás Gutiérrez Alea (autore in seguito di un titolo celeberrimo come Fragola e cioccolato) e che è stato ripresentato in questi giorni a Bologna per la trentesima edizione di Il Cinema Ritrovato.

Paradossalmente, Memorie del sottosviluppo – tratto da un romanzo di Edmundo Desnoes – lo si può vedere allo stesso tempo come un film rivoluzionario e anti-rivoluzionario, per il gioco di adesione e distanza che instaura rispetto al suo protagonista, un intellettuale borghese che, al contrario di familiari e amici, ha deciso di restare nella Cuba di Castro. Partendo proprio dalla deposizione di Batista (e dalla partenza in aeroporto per Miami della moglie e dei genitori del protagonista) e arrivando fino alla crisi della Baia dei Porci, Gutiérrez Alea fa leva sull’inesausto esercizio del dubbio, che è la caratteristica precipua del suo personaggio, oltre a diventare questione estetica primaria del film stesso.
Memorie del sottosviluppo infatti utilizza i codici del cinema “borghese”, dallo psicologismo dei personaggi all’uso di una voice over narrativa e poetica, e li mette a confronto con elementi dissonanti – quasi da cinema di propaganda – come ad esempio le riprese dal vero di rivolte e repressioni dell’epoca di Batista.
Lungi però dal disperdersi nell’ambiguità ideologica e dal chiudersi nel mondo delle sue finzioni (come invece accade al protagonista), il film di Gutiérrez Alea mette consapevolmente in scena l’inevitabile impasse cui, sempre, si trova il cinema (e l’arte in genere) al cospetto di una qualsiasi rivoluzione. Come può esistere un’arte del popolo rivoluzionario, dell’uomo nuovo, forgiato dall’ideologia socialista? È impossibile, perché l’artista resterà sempre un intellettuale borghese incapace di “confluire” nel popolo rivoluzionario e di identificarsi totalmente in esso. Vi è sempre una frattura, una distanza, che è quella della cultura, di un certo tipo di cultura per sua natura elitario. Ecco dunque che il nostro protagonista, Sergio, porta la sua ragazza – figlia del popolo e rimorchiata per strada – a vedere la casa di Hemingway. Lei non capisce e si annoia e lui allora si nasconde, si trincera nella villa: è quello d’altronde il suo luogo, un museo dei ricordi, di carte e geroglifici, in cui rifugiarsi per non affrontare in modo diretto e non filtrato la realtà.

Diviso per capitoli, ciascuno intitolato con il nome di uno dei personaggi che entrano brevemente (e più o meno intensamente) nella vita del protagonista, Memorie del sottosviluppo già in questa sua cadenza ci suggerisce come quel che manca al nostro intellettuale (e che gli mancherà sempre) sia l’apertura verso l’Altro. Sergio difatti è tanto restio verso il mondo esterno da rifugiarsi spesso nella sua casa modernista in collina, dove dalla vetrata del salotto osserva il Malecón dell’Avana, con fare sempre più disilluso, distaccato e persino schifato.
Inoltre Sergio è un intellettuale che non produce: non riesce a scrivere e si alambicca in pensieri ombelicali, per poi decidere d’istinto di gettarsi in strada, in cerca di carne fresca, di sangue giovane, vale a dire di una ragazza del popolo. Ed è proprio la relazione che Sergio istituisce con la giovane minorenne che permette di delineare ancor meglio il discorso di Gutiérrez Alea: l’intellettuale è così ‘assetato’ del popolo, ne è talmente attratto, che finisce sempre per sfruttarlo ai suoi scopi, non solo culturali, ma anche biecamente sessuali. Eccolo lì, allora, che lo sfruttamento capitalista delle masse si ripropone in maniera estenuata, volgare e con la classica falsa coscienza borghese.

Nel raccontarci questo, Gutiérrez Alea utilizza uno stile sporco e da ‘soggettiva libera indiretta’, un po’ pasoliniano e un po’ nouvelle vague, con cui riesce a rendere perfettamente la crisi d’identità del suo protagonista, ma anche lo smarrimento che, sempre, si ha di fronte a nuove realtà sociali. Ed è senz’altro un segno di grande libertà sapere che nella Cuba castrista di allora sia stato possibile realizzare questo film, promessa di un grande cinema cubano e latino-americano che poi è andato col tempo spegnendosi. Come ogni ardore rivoluzionario…

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